Stai leggendo
Gentilezza al lavoro sto cazzo: il vuoto pneumatico che fa male agli HR

Gentilezza al lavoro sto cazzo: il vuoto pneumatico che fa male agli HR

  • Un recente sondaggio ha messo in evidenza che la gentilezza è una competenza chiave
  • Da dove nasce l'interesse per una banalità di questo tipo
  • Il ruolo dell'HR, e soprattutto del recruiter, in tutto questo?
gentilezza

Questa discussione attorno alla gentilezza al lavoro partita dalla survey Infojobs non ha stimolato solo il pezzo di Edoardo Vulcano. Ci siamo rimandati la palla diverse volte su tutti i social e anche nella chat di gruppo di Purpletude.

Facendo una brutale sintesi dei risultati si legge:

  • La gentilezza dovrebbe essere inserita nel cv tra le soft skill per il 78% degli intervistati
  • La leadership (il capo) gentile crea un ambiente di lavoro più sereno
  • La gentilezza è sinonimo di forza, non di debolezza
  • La gentilezza nel quotidiano vince, nonostante tutto.
  • Lista dei gesti più gentili (dal portare il caffè al dare una mano nei momenti di difficoltà)

I risultati sono stati sintetizzati in una infografica che ha avuto una certa risonanza, in molti casi direi positiva.

Chiaramente nessuno pensa che l’iniziativa volesse avere basi scientifiche: è un modo di produrre contenuti, tenere attiva la community, coinvolgere audience attorno a un tema sentito, veicolare il brand e così via. 

D’altra parte, chi non ha mai desiderato un po’ di gentilezza in più sul lavoro, nel quotidiano?

Al di là dell’operazione di Infojobs, che ha obiettivi desumibili con un minimo di ragionamento dal contesto, mi ha colpito un elemento più generale: la condivisione e la risonanza che la cosa ha avuto su Linkedin — canale che non era nemmeno citato nella call to action in fondo al post di presentazione dei risultati.

Non che su Linkedin non giri fuffa, intendiamoci, ma è un ambiente professionale, nel quale ci si può aspettare un po’ di pelo sullo stomaco in più per evitare di cadere in certi meccanismi. 

Uno dei libri più noti sul tema, definiva la competenza come un insieme di caratteristiche desumibili da comportamenti casualmente correlati ad una performance. Come accade sempre in letteratura è una definizione confutabile, ma è interessante perché rintraccia un collegamento diretto tra ciò che puoi definire una competenza e il relativo impatto sulla performance.

Siccome non esiste LA performance in assoluto, ma UNA performance relativa ad un ruolo, ad un mestiere in un dato contesto, con obiettivi, attività e così via, se ne deduce che ragionare sulla gentilezza in astratto ha a che vedere più con i desiderata, che con la realtà.

Tanto più che molti di noi hanno ascoltato commenti tutt’altro che soddisfacenti a proposito della leadership gentile nella realtà (“non ha polso”, “si ma in questo ambiente uno così dura una settimana”) e, di contro, non ci dobbiamo sforzare più di tanto per ricordarci quanti stronzi performanti e scortesi abbiamo conosciuto a lavoro.

Ne deriva la spettacolarità del detto francese che ha riportato Andrea Trombin Valente in un audio sul WhatsApp di Purpletude:
Elle a trois qualités: elle gentille, gentille, et gentille
che viene utilizzato per dire che una persona non ha molti pregi, è un po’ tonta, ma è, appunto, gentile, gentile, e gentile.

Gentilezza vuol dire trattare gli altri con cortesia, con garbo. Ha a che fare con uno stile relazionale che può essere funzionale o disfunzionale rispetto al contesto e al ruolo. E immaginare che sia utile scrivere di essere gentili in un CV, implica una visione del lavoro del selezionatore molto discutibile.

E questa considerazione si inserisce in un ragionamento più generale su tutto quello che gira attorno al mondo HR  —  nel quale (o attorno al quale) ci sono anche molti degli autori di Purpletude.

Per una serie di responsabilità condivise, c‘è una continua (e profondamente ingiusta) associazione dei ruoli HR a gente senza arte né parte. 

Un selezionatore usa il CV come punto di partenza, ha conoscenza dei principali bias cognitivi, conosce diverse tecniche di selezione, deve conoscere uno spettro abbastanza ampio di ruoli e processi aziendali, avere sensibilità su alcune metriche anche per pesare e verificare le cose che gli racconta il candidato, deve stimare se un certo tipo di approccio è compatibile con il contesto (non uso nemmeno il termine cultura, che va ancora più in profondità) e potrei continuare a lungo, pur non facendo quello di mestiere. 

Allora stando sul tema della gentilezza, questa enfasi sulla skill da inserire nel CV mi pare nasconda un pregiudizio più ampio: eccomi, sono gentile, ora che l’ho scritto sul CV lo sai anche tu caro recruiter, non hai più scuse: scegli me. 

Cosa ci spinge, allora, a semplificare un tema così complesso? 
Cosa spinge molti professionisti a banalizzare il ruolo di chi si occupa di HR?

Non ho la risposta. Ho qualche indizio in mente, però. Mi limito a citarne quattro:

  1. Qualche HR che l’ha fatta fuori dal vaso, per incompetenza o per poca esperienza
  2. L’atavica attitudine a considerare alcuni processi intangibili come totalmente aleatori e quindi vuoti di qualsiasi collegamento con domini tecnici
  3. La stramaledetta natura umana, ovvero il pensiero strisciante che sia più semplice/intuitivo avere a che fare con le persone che con le cose, ‘che con le persone ci abbiamo a che fare tutti e non solo a lavoro, mentre è difficile che uno si improvvisi a progettare un motore o a fare una due diligence, per dire
  4. Quelli che gravitano attorno al mondo HR e che ogni giorno comunicano frasi vuote che inaridiscono tutta la discussione. A titolo di esempio, dal mio feed:
    • Oggi può iniziare una nuova era, l’era di una nuova proposizione di valore nel rapporto tra azienda e dipendenti
    • Lo smartworking è la chiave per la produttività e i profitti
    • Ecco come sarà il lavoro del futuro e le skills più richieste nel 2050
    • Bisogna lasciare ai collaboratori l’opportunità di scegliere ciò che li fa sentire maggiormente sé stessi ma sempre in linea con l’essenza dell’organizzazione
    • Il destino è la spremuta delle nostre scelte 
    • Soft Skill: le 5 competenze trasversali che stupiscono i recruiter

Visto che tra gli HR che gravitano attorno al mondo HR ci siamo  —  come accennavo —  anche noi di Purpletude, vi imploriamo in ginocchio: semmai un giorno dovessimo finire anche noi per de-costruire la discussione su questi temi con pezzi banali e frasi vuote, ditecelo chiaro e tondo e intimateci di cambiare mestiere.

Leggi i commenti

Esprimi la tua opinione

Non preoccuparti: il tuo indirizzo email non sarà visibile nella pubblicazione.

2017-2020 © Purple&People SNC

Torna in cima